365 + 1 per l’anno bisestile sono questi i numeri degli originali ritratti delle donne esposti presso la centrale Montemartini fino al 25 marzo. Si tratta di un progetto particolare quello che Marzia Messina, Sham Hinchey e Claudio Conti hanno tenacemente portato avanti in due anni di intenso lavoro per riportare la donna al centro di un dibattito più umano e rispettoso. Un progetto che è una rivincita, come sottolinea la giornalista Concita De Gregorio (ritratta anche lei e autrice dell’introduzione del libro fotografico-narrativo), visto che il progetto è nato in un tempo in cui pareva che le donne fossero tutte magre, bionde, sexy per non dire escort e veline, un menù di stereotipi con il quale siamo andati avanti per circa vent’anni e che, finalmente, lascia ora lo spazio alle donne, quelle vere.
‘365 D trecentosessantacinque giorni da donna’ non è solo una gallery di straordinaria intensità negli sguardi delle sue protagoniste, ma è una raccolta premurosa delle storie di queste donne – a volte crude, intense, allegre, poetiche e mai banali - che insieme ai loro occhi svelano quella luce che brilla in fondo ai loro cuori e che non è proprio capace di menzogna.
365 D è un progetto realizzato grazie al brand Carefree di Johnson&Johnson e sostiene l’Associazione Susan G. Komen, da 12 anni impegnata nella lotta dei tumori al seno.
Il pensiero di Gregory Bateson testimoniato dalla figlia Nora nel suo toccante docu-film ‘An Ecology of Mind’, testamento spirituale del grande antropologo inglese.
‘An ecology of mind’ è un’opera di squisita sensibilità, un omaggio della figlia al padre e un regalo prezioso per quanti sono stati ‘contaminati’ – nello svolgimento dei propri studi e delle proprie attività – dal pensiero ‘sistemico’ di questo grande antropologo (più che altro psicologi, sociologi, comunicatori, medici, educatori, linguisti). Le relazioni non finiscono mai, vanno oltre la soglia della fisica realtà, per questo durante la visione del film era come se questo ‘immenso’ scienziato, quest’uomo generoso e illuminato, fosse seduto ancora lì accanto a noi a sussurrarci instancabilmente di guardare sempre le cose da prospettive nuove, di non rassegnarci al già noto, invitandoci a scoprire altre vie per arrivare ad una visione più alta e omnicomprensiva, di cercare punti di unione più che punti di separazione tra cose, persone, sistemi. Ricordandoci come sia importante ritrovare la risonanza vivamente impressa nella meravigliosa mente aperta dei bambini, ancora non mutilati dai processi normativi, per cogliere connessioni e aperture. Facendoci riflettere sul fatto che le relazioni – piccole e grandi – conservano il medesimo principio dell’influenza reciproca e perciò ci parlano di una sorta di ‘intelligenza sistemica’ (come anche una mancanza di intelligenza sistemica) che crea quella straordinaria danza che chiamiamo conoscenza. Cosa ci ha voluto dire ‘Gregory’ (come lo chiama affettuosamente la figlia)? Molte cose sicuramente, ma una fra tutte – e forse la più importante – ampliare la portata della nostra domanda, aumentare la capacità di visione dell’insieme, zoomare più in là. Grande Bateson. Con il suo scanzonato e irriverente sorriso ha fatto impallidire generazioni di scienziati specializzati e chiusi nel recinto dei loro dipartimenti stagni fatti di conoscenze esatte ma divise. Bateson cercava il principio organizzatore e unificante della vita (e, chissà, forse di Dio) nelle sue infinite espressioni e l’aveva intuitivamente trovato proprio nell’osservazione stessa della natura come sistema complesso denso di relazioni interconnesse e interdipendenti. Un sistema affascinante e continuamente cangiante, dinamico e articolato, in grado di modificarsi costantemente alla ricerca di un equilibrio che risulta stabile nella sua incessante instabilità. Perché, in fondo, così è la vita.